lunedì 12 settembre 2016

Una bella melodia per il "Vexilla Regis"

Qualche anno fa, organizzando in collaborazione con la parrocchia di Crauglio (arcidiocesi di Gorizia, provincia di Udine), il Collegium Divi Marci e il coro polifonico triestino Alabarda la celebrazione di un vespero solenne nella Domenica di Passione, mi trovai a proporre una melodia "alternativa" del celebre inno in onore della santa Croce "Vexilla Regis".

Nell'occasione specifica al vespero doveva seguire la benedizione con la reliquia della santa Croce, si trattava pertanto di evitare di eseguire due volte lo stesso inno con l'identica melodia (sebbene al vespero fu alternata con una composizione polifonica del ceciliano Ravanello). Per tale motivo trascrissi la melodia ispanica del "Vexilla Regis", una melodia non proprio sconosciuta per le strofe pari polifoniche messe in musica "ad hoc" dal genio compositivo del Da Victoria.

Oggi, ritenendo utile riproporlo, ho pensato di adattare la VI° strofa con il testo specifico della festa auspicando l'utilizzo in contesto liturgico.



INVENZIONE ED ESALTAZIONE. Alcune note sulle due feste in onore della santa Croce.


In principio erano due. Ossia due erano le feste nel rito romano nella sua forma tradizionale a celebrare in modo particolare la santa e vivificante Croce: la festa del ritrovamento (inventio) ad opera di sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino, celebrata il 3 maggio (In inventione S. Crucis) classificata col grado di “Doppio di Seconda Classe” [1] e la festa dell’Esaltazione il 14 settembre (In exaltatione S.Crucis) celebrata col grado di “Doppio Maggiore”[2]. Nel moto di riforma liturgica che inizia sul finire degli anni Quaranta del declinato secolo per compiersi nel primo lustro degli anni Settanta con la promulgazione dei libri liturgici riformati [3], la prima festa – ossia quella del 3 maggio – viene confinata nelle feste “Pro aliquibus locis” [4].

Il passo era breve per giungere ad una unificazione – a mio vedere “ambigua” delle due feste o meglio alla soppressione di una delle due.  Effettuo ora una breve confronto  sinottico fra le parole dei martirologi riassumendole per comodità in una tabella [5].

FESTA
MARTIROLOGIO 1956
MARTIROLOGIO 2004
3 maggio, Invenzione
Hierosolymis Inventio sacrosanctae crucis Dominicae, sub Constantino Imperatore
____________________
14 settembre, Esaltazione
Exaltatio sanctae Crucis, quando Heraclius Imperator, Chosroa Rege devicto, eam de Perside Hierosolymam reportavit.
Fextum exaltationis Sanctae Crucis, quae, postridie dedicationis basilicae Resurrectionis super sepulcrum  Christi erectae exaltatur et honoratur, sicut victoriae eius paschalis tropaeum et signum in caelo appariturum, alterum adventum eius iam universis praenuntias.

Due le cose che appaiono con la massima evidenza :
1.  Il decadimento della festa liturgica del 3 maggio, quale abbastanza probabile conseguenza del previo “accantonamento” negli anni Sessanta [6];
2. La deprivazione dell’ “aggancio dello sviluppo storico” quale sviluppo organico e consequenziale della festa dell’Esaltazione, legata alla vittoria del Βασιλεύς Eraclio sui persiani che chiude storicamente un capitolo di tensioni secolari tra impero romano e regno di Persia. Ma con questa deprivazione si perde altresì il senso di simboleggiare attraverso la Croce – emblema della Passione ma anche della resurrezione gloriosa di Cristo – il trionfo sulle barbarae nationes.

Ma analizziamo più da vicino qualche dettaglio di quel momento storico così essenziale e determinante per l’esistenza stessa dell’Impero Romano d’Oriente. Ritengo sia possibile asserire che l’epoca che va dal VII all’VIII secolo  fu una delle più drammatiche e precarie che affrontò l’impero romano d’oriente, assediato e per di più indebolito militarmente perché in grado di poggiarsi solo su una malferma difesa offerta – a caro prezzo – da mercenari, disastrato finanziariamente e con la complessa macchina burocratica che de facto aveva cessato di funzionare. L’Impero si trova alla mercé del nemico fino nelle sue stesse province centrali: il territorio balcanico subiva l’invasione delle popolazioni avare e slave, e anzi la slavizzazione dei territori dei balcani si era accentuata e infine stabilizzata stanti anche i fallimenti dell’azione militare condotta all’epoca di Maurizio agli albori del VII secolo tanto da portare a una radicale e profonda mutazione sotto l’aspetto etnico, tant’è che la popolazione locale ellenofona finì per ripiegare sulle zone costiere e insulari. I Persiani si erano insediati con pertinacia e forza nel cuore dell’Asia Minore da dove potevano muovere con i  loro conati espansionistici, tant’è che la stessa santa città di Gerusalemme cadde nelle loro mani ed essi – per umiliare ulteriormente i cristiani e devastarne il morale – rapirono il santo legno della Croce, rinvenuto dall’imperatrice sant’Elena, e lo recarono a Ctesifonte. È in questo lacerato contesto che salì al trono uno degli imperatori tra i più importanti che la storia dell’Impero d’Oriente ricordi: Eraclio, “Bisanzio riuscì a trovare in sé stessa la forza per un profondo rinnovamento sociale, politico e culturale.”[7]. Quasi tutta l’Asia Minore ricadeva ormai sotto la sfera politica persiana. Eraclio opera importantissime riforme assai incisive e profonde, in particolare il territorio dell’Asia Minore non ancora caduto in mano nemica viene suddiviso in θέματα. Essi sono un superamento dell’antico sistema delle province e un tentativo di costituzione di un esercito radicato al territorio, con obbligo ereditario di servizio militare in cambio di concessione territoriale, svincolando il sistema centrale dalla necessità di ricorso a milizie mercenarie il cui sistematico ricorso aveva dato fondo alle casse. Questo clima di riorganizzazione fu incentivato anche dalla Chiesa che mise materialmente a disposizione molti dei suoi beni e si attivò per rinfocolare l’entusiasmo  negli animi tutto questo portò a un clima di entusiasmo religioso, sempre secondo Ostrogorsky si andava preparando la prima guerra dalle caratteristiche medievali che anticipava o preconizzava le future Crociate [8].

Siamo nell’anno 619 quando Eraclio – pur addossandosi onerosissimi tributi – aveva stipulato una pace con il khān degli Avari, ciò consentì lo spostamento del contingente militare dall’Europa all’Asia, nel 622 egli trascorse l’estate ad addestrare personalmente i soldati. In una prima fase con attenta strategia egli riuscì a far sgomberare i persiani dai passi che occupavano nell’Asia Minore, lo scontro decisivo si ebbe in territorio armeno: il primo obiettivo ovvero quello di liberare l’Asia Minore era raggiunto. Purtroppo una rinnovata minaccia da parte degli Avari costrinse l’imperatore a ripiegare su Costantinopoli, l’impero fu gravato ulteriormente da altri pesanti tributi e parenti stretti del Βασιλεύς  furono fatti ostaggi per mano degli Avari. I persiani nonostante la sconfitta che avevano patito in Asia Minore rifiutarono di addivenire a miti consigli e ad accordi, anzi,  il loro sovrano Khusraw I (Cosroe) inviò una missiva a Costantinopoli laddove rifiutava ogni sorta di trattato di pace e apostrofava la religione cristiana con espressioni blasfeme ed ingiuriose. Eraclio mosse di nuovo le sue armate alla volta dell’Armenia e puntando verso sud raggiunse uno dei centri più importanti dello zoroastrismo ossia la città di Gandža, prima residenza dei Sasanidi ove distrusse uno dei loro principali santuari ossia il “Tempio del Fuoco di Zoroastro” per vendicare la violenza subita nella santa Gerusalemme. Eraclio – con numerosi prigionieri – svernò oltre l’Araxes: ivi poté rafforzare il suo contingente militare con soldati mutuati dalle popolazioni dei Lasi, Abasgi e Ibericaucasici. La situazione restava estremamente difficile anche dal punto di vista militare, tant’è che i persiani, ben lungi dal piegarsi, sferrarono la loro offensiva in territorio armeno e anzi, nel 626, Costantinopoli si trovò innanzi al duplice pericolo di un attacco sia persiano che avaro. Nel mentre il patriarca Sergio teneva alto l’umore dei soldati: fu la superiorità della marina da guerra bizantina a sconfiggere il nemico e scongiurare il pericolo. Eraclio strinse alleanza coi Cazari e puntando a sud nel 627 riportò una decisiva vittoria a Ninive minando nelle fondamenta la potenza persiana: i territori dell’Armenia, della Mesopotamia romana, la Siria, l’Egitto e la Palestina ritornarono sotto lo scettro imperiale. Nel 630 con  grande trionfo Eraclio personalmente riportò la santa Croce a Gerusalemme fra l’esultanza della popolazione sanzionando “la conclusione vittoriosa della prima delle grandi guerre religiose dell’era cristiana” [9].

Bernat, Eraclio porta la santa Croce a Gerusalemme


Questa seppur succinta nota storica è, a mio parere, abbastanza importante per comprendere il significato che aveva assunto in sè la festa dell’Esaltazione della Santa Croce, un significato “organicamente” [10] innestatosi, aggiuntosi e caricatosi su quelli che ne mossero le origini, che assume un’ importanza particolare per essere condiviso dai cristiani separati di tradizione costantinopolitana, un lacerto insomma della Chiesa Una e Indivisa. Per questo motivo ho definito “ambiguo” il rimuovere questo riferimento per motivi che sono evidentemente estrinseci alla liturgia.

Eparchia di Lungro: Esaltazione della santa Croce


Che la festa della Esaltazione della Santa Croce abbia assunto questi connotati appare evidentissimo da una semplice e mera lettura delle lectiones  c.d. “storiche” del Breviario [11] sulle quali tra poco avrò modo di considerare brevissimamente.

Ma quale, a questo punto, l’origine della festa della Esaltazione della Santa Croce e quale il motivo di questo nome? La profonda dottrina liturgica del benedettino Prosper Guéranger può illuminare con i dati utili che fornisce.
L’abate francese anzitutto precisa essere una festa di “origine complessa”[12], aggiungerei eterogenea, i cui eventi storici che si sono succeduti hanno messo in luce ulteriori aspetti. Anzitutto va menzionato che il 14 settembre nell’anno 335, con enorme concorso di fedeli e di clero, venne dedicato un santuario nello stesso luogo ove Cristo aveva patito ed era stato sepolto. Orbene tale anniversario continuò ad essere celebrato con enfasi e solennità anche negli anni seguenti, tant’è che tale dedicatio – negli usi gerosolimitani – aveva rito pari alla Pasqua e all’Epifania. Seguendo sempre la ricostruzione di Guéranger altri furono gli elementi che si fusero a questa festa e che – in ultima istanza – ne decretarono questa affezione e questo successo, tra questi la coincidenza ebraica con la festa dei Tabernacoli o delle Capanne (Sukkot) che si pone cronologicamente nel periodo della fine delle fatiche della vendemmia e di cui questa Dedicatio andrebbe idealmente a prenderne il posto. Ma anche il riferimento a un altro ricordo doveva innestarsi ossia quello, stavolta più schiettamente e marcatamente cristiano, del ritrovamento del sacro legno della Croce. A questo era associata una costumanza liturgica caratteristicamente agiopolita ossia quella elevazione o exaltatioιψωσις – del legno della santa croce, nel luogo e data del ritrovamento, con benedizione dei quattro punti cardinali, i fedeli recavano seco per ricordo delle minute fiale che contenevano dell’olio che era venuto a contatto con il santo legno. Questo dovrebbe essere bastevole a spiegarne il nome e anche la scelta della pericope evangelica della messa del giorno (Giov. 12, 31.36): “Et ego si exaltatus fuero a terra, omnia traham ad meipsum”.  Il luogo in cui la croce era innalzata era considerato il centro del mondo, detta cerimonia dovette giuocoforza interrompersi quando la Santa Città – che già nel corso dei secoli aveva distribuito frammenti del legno della vivificante croce ai principali centri – venne deprivata da questo immenso ed inestimabile tesoro. Con la restituzione di Eraclio poteva riprendere tale uso di cui si ha un lacerto nelle costumanze della Custodia di Terrasanta. Ivi i minori nelle due feste della Croce svolgono una processione: il 3 maggio dopo la messa pontificale cantata nella cripta del rinvenimento della Croce, svolgono una processione e – al canto del Vexilla regis – circuiscono il Santo Sepolcro per poi impartire la benedizione, il 14 settembre la processione muove dal Calvario al sacello del Santissimo Sacramento con analoga cerimonia [13].  Il processo imitativo degli usi di Gerusalemme, qui lo accenno, non mancò per un certo periodo neanche a Roma [14], ove una prima testimonianza di una festa dedicata alla Croce appare all’epoca di papa Sergio, inizialmente al Laterano e poi alla Sessoriana con solenne ostensione e ed adorazione delle reliquie, attestata ancora all’epoca dell’ Ordo di Cencio Camerario (inizio XIII secolo) [15].

Vero è – stando all’opinione del beato Ildefonso Schuster – che probabilmente nell’ambito dello sviluppo le circostanze che hanno dato origine alle feste del 3 maggio e del 12 settembre si siano intersecate e confuse. Secondo il beato Schuster,liturgista e pastore della Chiesa mediolanense, la restituzione delle reliquie da parte di Eraclio al patriarca Zaccaria sarebbe da individuarsi nel 3 maggio del 630, data che incontrò in Occidente “più larghe simpatie”, viceversa la data del 14 settembre si fece strada con con più lentezza essendo inizialmente dedicata alla festa di due martiri menzionati nel Canon Missae ossia Cornelio e Cipriano [16]. Tant’è che per Schuster la messa del 3 maggio  è “post gregoriana” e per l’Introito e l’Offertorio si sono mutuati testi da messe più antiche [17]. Notiamo che l’Introito del 3 maggio e del 12 settembre è lo stesso e coincide con quello del Giovedì santo (Gal. 6,14), parimenti l’epistola è la stessa (Filipp. 2, 5-11) che coincide con quella della messa della Domenica delle palme. È simile l’opinione dell’abate Righetti che in modo perentorio e senza mezzi termini afferma che “il titolo della prima ricorrenza (3, maggio, Invenzione della Croce) è sbagliato in pieno”[18]. Sempre per il Righetti l’adozione della festa della Exaltatio fu frutto di un processo di imitazione di Gerusalemme specie per i centri che avevano ricevuto frammenti del legno della Croce, la vittoria di Eraclio – pur confondendo liturgicamente e cronologicamente le acque rinfocolò il culto verso la Croce e in questo contribuirono le “lezioni storiche” del Breviario [19]. Interessante quanto ci ragguaglia il Righetti circa il fatto che già sotto il sommo pontificato di Benedetto XIV – segnatamente nel 1741 – la questione delle due feste si era evidenziata presso la commissione preposta alla riforma del Breviario che però intese lasciare lo status quo. Un atteggiamento di prudenza questo, una prudenza che invece non è ha caratterizzato nel caso di specie la riforma liturgica Novecentesca che – abrogando la festa del 3 maggio e omettendo il significato “fisico” della Exaltatio  reso nuovamente possibile dalla vittoria sui persiani operata da Eraclio e la successiva restituzione – ha  adombrato una parte del significato che emergeva pur nelle nebbie della storia e, se vogliamo, nella confusione che alle volte ne deriva: i libri liturgici sono tali prima di essere libri storici e questo bisognerebbe averlo sempre presente prima di tuffarsi senza indugio in un positivismo estraneo ai criteri dello sviluppo organico della liturgia poiché se è vero che le origini e gli sviluppi delle due feste si confondono è innegabile, altresì, che essi si completano, se è vero che era subentrata una confusione è del pari vero che la soluzione adottata è “gordiana” avendo preferito rimuovere il problema anziché chiarirlo.

Concludo queste mie note sulle feste della Croce trascrivendo dall’ Antologhion  [20] di rito costantinopolitano - nel quale il 14 settembre la croce viene portata in trionfo adorna di alloro, simbolo di vittoria - di alcuni lacerti dei numerosi testi liturgici del mattutino del 14 settembre che fanno riferimento all’ “innalzamento” di cui dicevo:

“La croce viene oggi innalzata, e il mondo è santificato ; tu che siedi in trono col Padre e il santo Spirito, distese su di essa le mani, hai attirato il mondo intero, o Cristo, alla conoscenza di te: concedi la gloria divina a quelli che in te confidano.”  (exapostilarion, p. 625)

“[…] La croce che ha portato l’Altissimo, quale grappolo pieno di vita, si mostra oggi elevata da terra; per essa siamo stati tutti attratti a Dio, e la morte è stata del tutto inghiottita. […]” (stichirà prosomia, p. 626)

Infine, per chiarire il concetto del trionfo sulle barbarae nationes e il cui riferimento va con ogni probabilità a Eraclio:

“[…] In essa sono vinte le genti barbare, per essa sono saldamente stabiliti gli scettri dei regnanti […]” (ibidem).

O Crux Ave, Spes unica!
Francesco G. Tolloi
francesco.tolloi@gmail.com












[1] Qui cito l’edizione VI dopo la tipica del Messale romano approvata nel 1952 e pubblicata nel 1954: Missale romanum, editio sexta post typica,, Polyglottis Vaticanis, Romae, 1954, pp.557 e ss..
[2] Idem, p. 706 e ss..
[3] Utilizzo questi termini temporali per definire il periodo della “Riforma liturgica” Novecentesca poggiando la mia opinione proprio su mons. Bugnini, prima propugnatore e sostenitore quindi protagonista e infine artefice della riforma stessa, si noti che – non a caso lo stesso titolo della sua opera sulla riforma fornisce, significativamente, tali estemi,; cfr. A. BUGNINI, La riforma liturgica (1948-1975), Roma, CLV, 1997.
[4] Qui mi riferisco all’edizione di San Giovanni XXIII del Messale romano, utilizzo la seguente edizione: Missale romanum, editio secunda iuxta typicam, Ratisbona, Pustet, 1963, pp. [179 e ss..].
[5] Per l’edizione “tradizionale” faccio uso di Martyrologium romanum, quarta post typicam editio, Romae, Polyglottis Vaticanis, 1956. Per l’edizione riformata: Martyrologium romanum, editio altera, Romae, Typis Vaticanis, 2004.
[6] Il P. Braga, annota la necessità di conservare la festa del 14 settembre ma di abolire quella del 3 maggio non essendo una vera festa universale o di tipicità romana (risultando sconosciuta ai sacramentari gelasiano e gregoriano) nonché di origine gallicana (essa pare derivare dalla leggenda del vescovo gerosolimitano Giuda Ciriaco a differenza – a suo parere - della festa settembrina. Cfr  C. BRAGA, La riforma liturgica di Pio XII, Roma, CLV, 2003, pp. 81 e ss, e pp. 98 e ss.. Si veda anche: A. BUGNINI, voce La croce nella liturgia, in Enciclopedia Cattolica, vol. IV, Città del Vaticano, Ente per l’Enciclopedia cattolica, 1952, cc. 960 e ss..
[7] G. OSTROGORSKY, Storia dell’impero bizantino, trad. P. Leone, Torino, Einaudi, 200213, p. 85.
[8] IDEM, p. 90.
[9] IDEM, p. 93.
[10] Sullo sviluppo organico essenziale l’opera, con prefazione dell’allora cardinale Ratzinger: A. REID, The Organic Development of the Liturgy, San Francisco, Ignatius Press, 20052, pubblicato anche in edizione italiana: ID, Lo sviluppo organico della liturgia, Siena, Cantagalli, 2013.
[11] Qui cito l’edizione tipica di san Pio X: Breviarium romanum, editio typica iterum impressa, Romae, Polyglottis Vaticanis, 1905.
[12] P. GUÉRANGER, L’Anno Liturgico, Alba, Paoline, 1956, vol.  II, p. 1073.
[13] Ordo processionum quae Hierosolymis in Basilica S. Sepulcri D.N. Jesu Christi a Fratribus Minoribus peraguntur, Romae, Polyglottis Vaticanis, 1947, pp. 105 e ss. e p. 108..
[14] M. ANDRIEU, Les Ordines Romani du Haut Moyen Age, Louvain, Spicilegium Sacrum Lovaniense, 1961, V, pp.  363 e ss..
[15] A. BUGNINI, voce La croce nella liturgia, in Enciclopedia Cattolica…cit. col. 961 e s..
[16] A. I. SCHUSTER, Liber sacramentorum, Torino-Roma, Marietti, 1932, vol. VII, pp. 247 e ss..
[17] IDEM, p. 150.
[18] M. RIGHETTI, Manuale di Storia Liturgica, Milano, Ancora, 19552, vol. II,  p. 261.
[19] Cfr: lezioni del secondo notturno, Die 14 Sept. In Exaltatione S. Crucis, in Breviarium romanum…, cit., pp.1319 e ss..
[20] Antologhion di tutto l’anno, traduzione dal greco di M.B. Artioli, Roma, Lipa, 1999, vol. I, pp. 625 e ss.. Per semplicità definire tale opera un tentativo di un “breviario” per il rito costantinopolitano che normalmente richiederebbe per la celebrazione dell’ufficio l’utilizzo di vari libri. 

giovedì 9 giugno 2016

La messa in rito domenicano a Trieste, cronaca ed immagini del 24 maggio 2016.


Gli ottocento anni dalla promulgazione – da parte di papa Onorio III – della Bolla Gratiarum omnium largitori, con la quale veniva confermata e ratificata l’approvazione dell’Ordine domenicano, costituiscono un significativo momento per  i religiosi dell’Ordine chiamati a vivere un “giubileo nel giubileo”. Per una fortunata coincidenza di date infatti, il Giubileo dei domenicani si inserisce nel “Giubileo della Misericordia” indetto dal Santo Padre. Il tema proposto come filo conduttore del Giubileo dell’Ordine è “Mandati a predicare il Vangelo”, la predicazione dunque come carisma fondante della spiritualità dei domenicani, una predicazione quale azione fondamentale di una vita basata sull’apostolato e una predicazione che è meditazione e comunicazione, tanto da divenire motto dell’Ordine: “contemplata aliis tradere”.

Tale vita essenzialmente “apostolica” ebbe a riverberare inevitabilmente anche sul modus celebrandi dei religiosi domenicani , sicché le antiche Costituzioni, riferendosi alle forme liturgiche impongono siano breviter et succinte. Il rito domenicano  ebbe a codificarsi attorno al XIII secolo, segnatamente essendo Maestro generale dell’Ordine Umberto da Romans e oggi conosce un revival soprattutto grazie all’istruzione Universae Ecclesiae che chiarisce la vigenza dei riti propri degli ordini che sussistevano nel 1962.

In questo anno “doppiamente giubilare” varie sono state le celebrazioni con questo venerabile rito: limitandomi qui ai soli esempi italiani – senza la pretesa di esaurirli – ricorderò la celebrazione all’ “Arca” di san Domenico nella basilica patriarcale di Bologna, la santa Messa alla parrocchia romana di Trinità dei Pellegrini, la celebrazione – di qualche giorno precedente alla nostra – di Napoli.
A Trieste - nella parrocchia della B.V. del Soccorso (vulgo S. Antonio vecchio) non abbiamo voluto mancare all’appuntamento promuovendo, per martedì 24 maggio, una santa Messa cantata in rito domenicano nella festa della Traslatio di san Domenico. Detta festa, propria e particolare dell’Ordine dei Predicatori, ricorda la traslazione del corpo di san Domenico nella celebre “Arca” della basilica di Bologna, autentico capolavoro dell’arte italiana e frutto dell’opera di vari artisti che intervennero a partire dal XIII secolo: da Nicola Pisano, Arnolfo di Cambio, Michelangelo, Alfonso Lombardi, sino a giungere alla metà del XVIII secolo quando, Boudard realizzò il bassorilievo sito sotto l’altare. Tanto zelo artistico profuso chiarisce con nitore l’immensa devozione che circondava san Domenico canonizzato da papa Gregorio IX nel 1234. Fu proprio in occasione di tale evento che le spoglie del santo furono traslate nell’ “Arca” appositamente costruita. San Domenico fu sepolto inizialmente nella chiesa di S. Nicolò delle Vigne, in un luogo di passaggio e questo in ottemperanza alla sua volontà di essere “sepolto sotto i piedi” dei suoi frati. La chiesa di S. Nicolò fu abbattuta per lasciare il posto alla basilica di S. Domenico che, indubbiamente, risulta essere uno dei monumenti più conosciuti e visitati di Bologna. In occasione della sua Traslazione, il corpo di san Domenico emanò profumo intenso di rose, una fragranza che fu percepita per vari giorni dopo l’evento nei dintorni, testimoniando, anche attraverso questo particolare fenomeno, la santità di Domenico di Guznám.

La celebrazione triestina è stata resa possibile grazie a un’autentica sinergia posta in essere tra la parrocchia, vari amici che frequentano le occasionali celebrazioni in “forma straordinaria” che in essa vengono celebrate, i ministranti, alcuni amici del Collegium Divi Marci, l’organista della parrocchia Riccardo Cossi che dirige il Coro Virile “Alabarda” che spesso anima le nostre celebrazioni  “straordinarie” con grande attenzione liturgica e perizia musicale, tutti sotto l’attenta supervisione del giovane religioso domenicano p. Didier Baccianti del convento di Torino.

L'altare preparato per la celebrazione
I cantori del coro polifonico "Alabarda"

Una imponente e maestosa improvvisazione organistica incentrata sul tema dell’Officium (ossia Introito) del giorno da Riccardo Cossi all’organo Mascioni della chiesa ha accompagnato la processione che ha visto recarsi in presbiterio padre Didier, vestito con la preziosa pianeta del parato “storico” della parrocchia e col capo coperto dal cappuccio dell’abito ricoperto dall’amitto secondo il costume dei religiosi, egli era preceduto da numerosi ministranti che indossavano il camice che, secondo il rito domenicano, si usa per servire all’altare. Durante il canto dell’Officium (In medio Ecclesiae) – eseguito secondo i libri di canto gregoriano delle edizioni domenicane – il celebrante ha alternato le brevi preghiere ai piedi dell’altare con i ministranti che lo assistevano e i due ceroferari che reggevano i candelieri accesi ai lati. Salito all’altare non ha incensato l’altare come nel rito romano ma ha letto immediatamente l’Officium, anche questa caratteristica omissione dell’incensazione in questo momento della celebrazione testimonia l’arcaicità della struttura della liturgia domenicana. Mentre il celebrante recitava con i suoi assistenti il Kyrie, il coro lo intonava con le note della messa “Æterna Christi Munera” del Palestrina.

Verso l'altare

Preghiere ai piedi dell'altare
Introito e Kyrie
Durante il Gloria
Dominus vobiscum
Dopo il Gloria e l’Orazione di Colletta (da notare che nel rito domenicano il celebrante per salutare i fedeli con il Dominus vobiscum si volge, più sobriamente, stando presso il messale e senza baciare prima la mensa come avviene nel romano), un ministrante ha proclamato l’Epistola (2 Tim, 4, 1-18); il celebrante dopo aver letto i brani interlezionali (Responsorium – che corrisponde al Graduale romano - Alleluja e Sequenza) nel frattempo eseguiti dai cantori in gregoriano, ha tolto il velo dal calice preparato all’altare e vi ha infuso il vino e l’acqua che prima ha benedetto dicendo semplicemente: In nomine Patris, et Filii et Spiritus Sancti. Dopo aver ricoperto nuovamente il calice e infuso l’incenso, una volta spostato il messale, il celebrante si è preparato alla proclamazione in canto del santo Vangelo (Matt. 4, 13-19). Caratteristico il gesto all'inizio e alla fine della pericope evangelica di farsi il segno di croce. È in questo momento in cui  ha preso la parola don Paolo Rakic – amministratore della parrocchia – che ha rivolto, a nome della comunità, un caloroso saluto e benvenuto a padre Didier Baccianti il quale ha poi tenuto l’omelia che sotto riporto.
Epistola
Vangelo
Il celebrante riceve l'incensazione dopo il Vangelo
Il saluto di don Paolo Rakic
Dopo aver intonato il Credo, il celebrante lo ha letto dal messale, anche questa è particolarità del rito (analogamente al Gloria), mentre veniva eseguito in polifonia dai cantori del coro “Alabarda”. Durante la lettura del Credo il celebrante – con i suoi assistenti – si porta in mezzo all’altare per recitare l’ Et incarnatus. Ha avuto seguito l’offertorio recitato a bassa voce mentre l’organista Riccardo Cossi ha svolto un’articolata improvvisazione. L’offertorio domenicano si distingue per la sobria brevità ed essenzialità: l’ostia posta sulla patena viene presentata sovrapposta al calice, l’incensazione delle oblate prevede di tracciare solamente la forma di croce con il turibolo, l’altare viene incensato allo stesso modo del rito romano. Il celebrante – una volta lavatosi le mani e recitato l’Orate fratres (con una formula diversa da quella romana che non prevede risposta), recita la segreta e canta il Prefazio cui il coro acclama con il Sanctus
Lavanda delle mani
Prefazio
Te igitur
Durante il Canon Missae
Proprio all’inizio del Sanctus viene portato un piccolo candeliere con un cero acceso all’altare, presso il corporale, per indicare che su quell’altare si sta svolgendo la parte più importante della celebrazione durante la quale Cristo si fa realmente presente nelle specie eucaristiche. Durante il canone i ministranti reggevano i ceri e l’organo spandeva le sue delicate e raccolte armonie. Padre Didier consacrando – secondo le prescrizioni del suo rito – si è chinato solo leggermente; all’Unde et memores si nota uno dei gesti più caratteristici (che si ritrova anche in altri riti latini come l’ambrosiano e il certosino) ossia il celebrante per qualche istante allarga e stende le braccia imitando la postura di Cristo sulla croce.
Consacrazione dell'ostia
Elevazione dell'Ostia
Unde et memores
Un altro gesto altrettanto caratteristico che si compie al Canone della messa è il Supplices te rogamus. In questo momento il sacerdote domenicano si china incrociando le braccia al petto, diversamente dall’uso romano che vuole il celebrante chinato con le mani giunte. Poco dopo l’Agnus Dei il celebrante bacia il labbro del calice e quindi bacia l’instrumentum pacis. Questo è stato portato all’amministratore parrocchiale don Paolo Rakic e ai ministranti ed offerto al loro bacio, infine è stato mostrato ai fedeli presenti nella navata. Un gesto decisamente eloquente che indica la pace che proviene da Cristo e dal sacramento dell’altare, non una semplice pace intesa come immanente categoria umana. Il celebrante si comunica con l’ostia tenuta nella mano sinistra, ossia la mano del cuore. Il resto del rito della messa differisce per pochi dettagli da quello romano.
La pace
Ecce Agnus Dei
Comunione dei ministranti
Al termine della santa Messa il celebrante ha incensato la reliquia di san Domenico e il coro ha cantato l’inno gregoriano – sempre dal repertorio domenicano – Gaude Mater Ecclesia in onore del Santo eseguito in forma alternatim con l’organo. Dopo aver benedetto i fedeli con la reliquia e averla offerta alla loro venerazione, padre Didier ha benedetto le corone del santo Rosario portate da numerosi fedeli: detta benedizione era tradizionalmente prerogativa dei sacerdoti dell’Ordine che ebbe il merito di diffondere questa importantissima devozione mariana in seno alla Cristianità.


Incensazione della reliquia di san Domenico
La reliquia viene portata ai fedeli
Benedizione delle corone del rosario
Benedizione dei ministranti in sacrestia al termine della messa
Alla fine nei locali della parrocchia è stato imbandito un rinfresco dove i coristi, i ministranti e i fedeli hanno potuto rivolgere numerose domande a padre Didier Baccianti sul suo Ordine e sul suo rito così caratteristico e formulargli il loro caloroso “arrivederci”.
Un brindisi di augurio...
Se è vero l’assunto del Vico che concepiva la storia ciclicamente, un susseguirsi di corsi e ricorsi, è del pari vero ed innegabile che essa non manchi di colpi di scena: per circostante storiche particolari a Trieste non ci furono conventi domenicani (differentemente dalla vicina arcidiocesi di Gorizia), chissà che un domani essi non possano insediarsi e portare la loro densa e profonda spiritualità anche nella mia città. Questo è semplicemente un bel desiderio, ma…Dominum deprecemur!
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Omelia di P. Didier Baccianti O.P.

“La vostra luce risplenda dinnanzi agli uomini, in modo che essi vedano le vostre opere buone e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli”.
Queste parole che Gesù ha rivolto ai discepoli, sono parole che il Santo Padre Domenico, ha fatto proprie e da cui ha preso spunto per fondare l’Ordine dei Predicatori.
Questo grande Santo ci rammenta che nel cuore della Chiesa, nel cuore di ciascun battezzato, deve sempre bruciare e ardere un fuoco missionario, il quale spinge incessantemente a portare l’annuncio salvifico del Vangelo, ad essere Luce della Chiesa, la sola che può salvare.
È Cristo nella Santa Chiesa, infatti, il bene più prezioso che gli uomini e le donne di ogni tempo e di ogni luogo hanno il diritto di conoscere e di amare!
Volesse Iddio che anche oggi nella Chiesa ci fossero tanti pastori e fedeli laici, che con gioia spendono la loro vita per questo ideale supremo: annunciare e testimoniare il Vangelo, la Verità di Cristo!
San Domenico fondando l’Ordine dei Predicatori volle che i suoi frati fossero preparati all’annuncio del Cristo, perciò lo fondò su quattro grandi pilastri che sorreggono la predicazione:
1) La liturgia, la preghiera ==> per poter stare e assaporare Dio.
2) Lo studio ==> per poter approfondire la conoscenza di Dio.
3) La vita comune ==> per vivere insieme l’esperienza di Dio.
4) La vita regolare ==> per vivere ogni momento con Dio.

San Domenico aveva il grande desiderio che ogni fedele sapesse in che cosa credere, potesse conoscere la propria fede, potesse essere sempre più radicato nella fede autentica trasmessa dagli Apostoli e dalla Santa Chiesa, per poter contrastare con forza e decisione le sfide, le tentazioni e le eresie di ogni tempo.
Come ci diceva l’Epistola: “Poiché verrà tempo in cui gli uomini non sopporteranno più la sana dottrina, distoglieranno l’orecchio dalla Verità per volgerlo alla favole”.
Gesù Cristo chiede questo anche a ciascuno di noi, ci chiede di pregare, approfondire, studiare e vivere la nostra fede in Dio e nella Santa Chiesa senza timore.
Ecco allora l’importanza che l’Ordine di Predicatori ha, di portare avanti la dimensione culturale della fede, affinché la bellezza della verità cristiana possa essere meglio compresa e la fede possa essere meglio nutrita, rafforzata e difesa.
Perché questo annuncio della Parola di Dio, perché questa “perla preziosa” non rimanga nascosta ma brilli nel mondo, San Domenico ci indica due mezzi indispensabili:
1) La devozione mariana che lasciò all’Ordine, che successivamente ebbe il grande merito di diffondere la preghiera del Santo Rosario, la quale racchiudendo in sé i misteri di Cristo è per noi scuola di fede e pietà.
2) L’importanza della preghiera d’intercessione per la predicazione, per il lavoro apostolico e per la conversione dei peccatori. Ecco allora il ramo monastico femminile dell’Ordine di Predicatori. La vera base e radice dell’albero dell’Ordine Domenicano senza della quale la nostra predicazione sarebbe vana.
Possiamo riassumere così la vita e il carisma di San Domenico con le belle parole del Prefazio con cui tra poco pregheremo Dio:
“Per l’onore e la difesa della Santa Chiesa,
volesti rinnovare la forma di vita degli Apostoli
per mezzo del Santo Padre Domenico.
Egli sempre sostenuto dal soccorso della Madre del tuo Figlio,
domò con la sua predicazione le eresie,
istituì per la salvezza dei popoli i difensori della fede
e guadagnò a Cristo innumerevoli anime.”.


Il Santo Padre Domenico interceda, in modo particolare in quest’anno giubilare, per l’Ordine dei Predicatori. Affinché i membri di questo glorioso Ordine possano essere sempre più ferventi nella preghiera, coraggiosi nel vivere e difendere la fede e non abbiano paura di dare la vita per la Verità. Maria Santissima, Regina del Santo Rosario, interceda per l’Ordine dei Predicatori.
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Francesco G. Tolloi
fotografie di Lorenzo Petronio (g.c.)
francesco.tolloi@gmail.com


martedì 17 maggio 2016

Trieste: 24 maggio, una messa in rito domenicano.

Per una felice coincidenza quest’anno - oltre al Giubileo straordinario della Misericordia indetto da papa Francesco - l’Ordine dei frati domenicani festeggia il proprio giubileo, ricorrendo ottocento anni dalla bolla Gratiarum omnium largitori di papa Onorio III con la quale veniva confermato l’Ordine. Tema di questo anno giubilare è “Mandati a predicare il Vangelo”, un tema che decisamente centra appieno il carisma di questi religiosi il cui Ordine è chiamato appunto “dei predicatori”. La parrocchia della B.V. del Soccorso ha voluto unirsi al gaudio di questo antico Ordine così importante nella storia della Chiesa, per il suo pensiero teologico e la sua spiritualità, promuovendo per martedì 24 maggio alle ore 18. 30 la celebrazione di una santa Messa in lingua latina secondo il rito domenicano nell’occasione della festa della Traslatio di san Domenico. Ad officiare sarà padre Didier Baccianti, giovane religioso luganese del convento di Torino. 

Il rito domenicano presenta diverse particolarità rispetto l’antica liturgia romana (“forma straordinaria”) con il quale condivide il nucleo centrale (Canone della Messa). Si denota un sostanziale snellimento nella parte iniziale della Messa durante la quale trova posto anche la preparazione delle offerte, un offertorio estremamente sobrio nel quale l’ostia e il calice vengono simultaneamente presentati. Dopo la consacrazione il celebrante stende le braccia imitando quelle di Cristo stese sulla croce (tale è un gesto caratteristico anche di altre tradizioni liturgiche occidentali), parimenti essenziali e ridotti risultano i riti che accompagnano la comunione durante la quale, il celebrante, porta alla bocca l’Ostia con la mano sinistra, la mano del cuore. Il rito domenicano conobbe la sua codificazione nel XIII secolo durante il governo di Umberto di Romans, quinto Maestro Generale dell’Ordine e da allora ebbe a conservarsi sostanzialmente intatto. Esso era pienamente conforme a quella caratteristica dei frati domenicani di essere “soldati leggeri della Chiesa” deputati ai più incalzanti ritmi della vita apostolica: breviter et succinte recitano infatti le antiche Costituzioni domenicane. La liturgia di martedì 24 sarà accompagnata dal canto del coro virile polifonico “Alabarda” diretto da Riccardo Cossi, organista titolare della parrocchia. La compagine corale, oltre a sostenere il Proprium del giorno, eseguito secondo la versione domenicana dei libri di canto gregoriano, eseguirà la messa “Æterna Christi Munera” di Giovanni Pierluigi da Palestrina (1525-1594), il princeps musicæ. Per l’occasione sono stati predisposti per i fedeli che interverranno degli opuscoli con i testi latino ed italiano e con la notografia gregoriana per facilitare non solo la comprensione ma altresì la partecipazione più piena e autentica. 

Alla celebrazione della santa Messa seguirà la venerazione della reliquia di san Domenico e quindi la benedizione delle corone del Rosario, che era storicamente e tradizionalmente riservata ai sacerdoti domenicani che per primi diffusero quella che, indubbiamente, è la più importante devozione alla Madre di Dio. Si tratta senza dubbio di un’occasione unica ed importante per conoscere da vicino la spiritualità dell’Ordine domenicano attraverso la sua liturgia di cui è rilevante espressione. 

Nei giorni successivi alla celebrazione pubblicherò l'opuscolo che ho creato per l'occasione e le fotografie della santa Messa.

Per approfondimenti sulla liturgia domenicana suggerisco:

A. KING, Liturgies of Religious Orders, Bonn, Nova et Vetera, 2005, pp. 325 e ss.

W.R. BONNIWELL, A history of Dominican Liturgy 1215-1945, New York, Wagner, 1945.



Francesco G. Tolloi

francesco.tolloi@gmail.com

lunedì 21 marzo 2016

Giovedì santo. L’ abluzione dell’altare papale di S. Pietro


Una breve premessa.

Tra le innumerevoli cerimonie che si susseguivano serratamente durante la Settimana santa in Roma, merita particolare attenzione – non fosse altro per la curiosità che era in grado di suscitare – l’abluzione dell’altare papale che veniva compiuta la sera del Giovedì santo nella Basilica vaticana. L’anonimo autore di un piccolo volume , ai primi del Novecento, dedicato proprio a questo particolare costume liturgico,  ci riferisce che –  fin dalle testimonianze da lui consultate – il concorso di fedeli era tale da rendere persino difficoltoso il passaggio del clero che si dirigeva all’altare per il compimento di questa cerimonia:  talmente numerosa era la moltitudine che esso si vedeva costretto ad aprirsi materialmente il varco tra le ali di folla [1]. L’allora popolarissimo periodico «La Tribuna Ilustrata della Domenica», volle – nel 1898 – pubblicare una dettagliata incisione a colori di Romagnoli e Zaniboni, laddove si notano i fedeli assiepati fino alle immediatissime vicinanze del basamento delle colonne berniniane [2].  Altrettanto – sebbene con un’incisione, questa volta, in bianco e nero presa da un “disegno dal vero “ di D. Paolocci – si evince da «L’illustrazione popolare».

Descriverò qui brevemente il modo di ordinarsi di questa cerimonia.

L'abluzione dell'altare papale. (Romagnoli e Zaniboni)
- collezione personale di Francesco G. Tolloi -

L'abluzione dell'altare papale (Paolocci)
- collezione personale di Francesco G. Tolloi -
Svolgimento.

Una volta terminata l’ufficiatura delle Tenebrae, ossia il canto di mattutino e lodi del Venerdì santo anticipati la sera del giovedì, il clero della basilica vaticana si portava processionalmente all’altare papale. Aprivano la processione il crocifero – la cui immagine del Crocifisso era velata – accanto ad esso, ai suoi fianchi, incedevano due accoliti che sostenevano i candelieri con le candele in cera gialla grezza spente. Li seguivano i seminaristi, il clero beneficiato e i restanti canonici.  Il canonico officiante, sopra il rocchetto, portava stola e piviale di colore nero. Egli era assistito da sei canonici. Questi, che per l’ufficiatura avevano indossato la cappa, ora indossavano la cotta messa sopra il rocchetto e la stola nera. Il cardinale arciprete della Basilica, indossando la cappa di colore violaceo (caratteristica dei tempi di penitenza), seguiva la processione accompagnato dai suoi familiares

Gli accoliti e il crocifero andavano a collocarsi nella parte retrostante l’altare, mentre l’officiante con i sei canonici si mettevano in ginocchio sul più basso dei gradini dell’altare; il restante del clero si disponeva ad emiciclo presso l’altare. L’altare si presentava in questo momento privo delle tovaglie, in luogo opportuno erano state preparate sette brocche riempite di vino bianco allungato con acqua. L’officiante intonava l’antifona Diviserunt sibi, subito proseguita dai cappellani che cantavano – alternativamente con la Schola cantorum – il salmo XXI, secondo il testo del Salterio romano in uso al clero della basilica vaticana [3]

Ritengo che l’uso di cantarlo – attestato dal citato Autore di La cérémonie de l’ablution (cit., p. 31), sia una innovazione recenziore, infatti Francesco Cancellieri ci riporta che si proseguiva “senza canto”[4]. Non appena la summenzionata antifona era intonata, il canonico officiante si alzava e, una volta toltosi il piviale, saliva con i suoi assistenti all’altare. Ivi, il canonico altarista, in rocchetto e cotta, gli porgeva una delle brocche. Gli altri sei canonici in stola nera, ricevevano anch’essi una brocca. Contemporaneamente versavano una parte del contenuto sulla mensa, spargendolo con l’ausilio di un “aspergillo”. Il Cancellieri ci ragguaglia che questi aspergilli erano dei serti fatti con rami di tasso, di bosso o più comunemente di sanguinella opportunamente composti ed intrecciati [5]. Questi canonici scendevano dall’altare per lasciare il posto al cardinale arciprete che imitava immediatamente il medesimo gesto. Altrettanto facevano, dopo di lui, gli altri canonici, i beneficiari, il clero della basilica e, in fine, i seminaristi. 

Una volta che tutti avevano terminato di spargere il vino allungato con l’acqua sulla mensa, l’officiante con i suoi assistenti saliva nuovamente all’altare di cui asciugava la mensa servendosi di spugne e asciugatoi di stoffa. Terminata anche questa operazione, scendevano in plano per mettersi in ginocchio sul più basso dei gradini. Tutti si ponevano quindi in ginocchio. Avendo i cappellani detto il versetto Christus factus est obediens con la sua risposta, l’officiante principiava il Pater noster – proseguito in segreto – cui faceva seguito l’orazione Respice, quaesumus, Domine

Tutti si levavano e – fatta la debita reverenza – facevano ritorno alla sacrestia, per poi far riaccedere alla navata centrale poco dopo per assistere alla solenne ostensione delle reliquie della Lancia, della Croce e del santo Sudario.


Origine e qualche riferimento storico.

Decisamente diverse sono state le ipotesi avanzate per spiegare  le origini dell’uso liturgico di mondare l’altare: se perlomeno ardita è l’ipotesi per la quale vi sia da ricercare il fondamento nelle costumanze rituali del tempio israelitico (in particolare Esodo XXIX),  a fortiori lo è quella del protestante zwingliano Rodulpus Hospinianus che ne vorrebbe rintracciare l’origine addirittura in lacerti di usi pagati, trasformati ed adattati (nella fattispecie la lustratio del simulacro della dea Cibele) [6]. Fin troppo viziata di “positivismo” appare l’ipotesi del De Vert. L’Autore è conosciuto proprio per queste spiegazioni che ricercano una mera origine pratica, spesso forzatamente pragmatica. Proprio nel caso della ablutio, egli opina che l’uso si sia instaurato profittando del fatto che l’altare si trova spogliato degli ornamenti, in particolare delle tovaglie che abitualmente ne ricoprono la mensa. L’uso di spogliare l’altare dopo la celebrazione sarebbe rimasto nelle prescrizioni del Giovedì santo: essendo già spogliato un lavaggio ne sarebbe stato largamente facilitato e  agevolmente sarebbe venuto ad insinuarsi  nelle incombenze da farsi in quei giorni. È qui che il De Vert si lascia andare a una critica all’atteggiamento e la condotta dei sacristi che lasciano gli altari addobbati col mero pretesto della comodità [7]

Una interpretazione votata alla simbolicità e alla allegoria, vorrebbe che l’altare, immagine del corpo di Cristo, venga lavato, come pietosamente si fa con il corpo di un morto; il vino e l’acqua sembrerebbero, a questo punto, voler alludere e simboleggiare il sangue e l’acqua scaturiti dal costato del Signore, ferito dalla lancia che gli colpì il costato.

Se prima ho fatto cenno all’ampio concorso di popolo che interveniva nell’occasione di questa cerimonia della basilica vaticana, non posso non ricordare che su questo rito l’attenzione di scrittori ed eruditi ha avuto più volte modo di soffermarsi. Solamente tra l’ultimo scorcio del XVII secolo e gli esordi del XVIII, tre furono le opere consacrate a questo uso liturgico (le elenco in ordine cronologico):

  •  I.M. SUARESIUS, Ritus qui observatur in Basilica Vaticana quotannis in Die Coenae Domini, Romae, Herculis, 1686;
  • C. BATTELLO, Ritus annuae ablutionis altaris majoris Sacrosanctae Basilicae Vaticanae, Romae, Zenobii, 1702;
  • F. ORLENDUS, Duplex lavacrum in Coenae Domini fidelibus exhibitum, Florentiae, Nestenus – Borghigiani, 1710.


Tra i testi più vetusti ove si trova contezza di questo peculiare rito merita menzione il De ecclesiasticis officiis di sant’Isidoro (+ 636), per il quale: “Hinc est quod eodem die altaria, templique parietes, et pavimenta laventur, vasaque purificantur quae sunt Domino consecrata”[8]

Sant’Eligio di Noyon parrebbe mettere in stretta relazione l’abluzione dell’altare – nonché dell’edificio ecclesiastico e dei vasi sacri – alla lavanda dei piedi di cui costituirebbe una sorta di particolare prolungamento o, se vogliamo, di sviluppo ulteriore. Così si esprime a proposito sant’Eligio: “Propter humilitatis formam commendandam ea die pedes eorum lavit, et hinc est quod eodem die altaria, tempique parietes, et vasa purificantur” [9]

L’autore citato di La Cérémonie de l’ablution de l’autel papal (cit., p. 6)  poggiando il suo opinare sulla critica tardo Ottocentesca – in particolare facente capo al Vancard – avanza dubbi circa l’attribuzione di quel testo a sant’Eligio. Potrebbe trattarsi, più verosimilmente, di qualche autore riconducibile al X secolo, o solo a qualche decennio prima. Significativo appare però il fatto che – pur nella difficoltà di datare con precisione un’origine certa di tale rito e di trovare testimonianze precedenti sant’Isidoro – all’epoca del grande dottore ispanico, il rito si configurava già per essere tale, con tanto di tentativi di lettura in chiave  simbolica, e non una mera - parafrasando qui il De Vert - attenzione di pulizia esteriore in vista dell’imminenza della principale festa cristiana. Sicuramente la circostanza di trovare l’altare spoglio ha favorito il formarsi di tale usanza, ma mi pare possa escludersi che questa spiegazione, specie se da sola, riesca ad essere non solo esaustiva ma anche solo convincente.

Due secoli più tardi, Rabano Mauro (+ 856) attesta l’uso germanico di effettuare una lavanda dell’altare nella Feria V della Settimana santa [10]. Martène fornisce altri interessanti ragguagli circa la diffusione di questo rito [11]. Quanto alla menzione di tale uso liturgico  nell’ambito degli Ordines romani, è necessario soffermarsi al n. “L” (numerazione Andrieu). La redazione di tale Ordo rimonta al X secolo: “Eodem die altaria templi et parietes sive pavimenta ecclesia laventur et vasa Domino sacrata purificentur” [12]. Anche in questo caso devo registrare che l’ablutio non si limita alle mense degli altari ma si estende alle pareti, il pavimento e – infine – ai vasi sacri. È proprio a decorrere da quest’epoca che le testimonianze si presentano meno rarefatte e, se vogliamo, sono all’insegna di una certa sistematicità e ricorrenza. Se ne trova traccia sia nei consuetudinarii diocesani che in quelli di ambito monastico, le tracce non sono tuttavia univoche. Anzi, proprio di pari passo alla diffusione, si va incontro a una diversificazione degli usi. In tal senso il rito dell’abluzione, in alcuni ambiti, lo si trova spostato il giorno dopo, nel venerdì in Parasceve, situato subito dopo il vespero o, anche, durante la refezione. Ma la variante temporale non è certo la sola: appare diversificato il tipo di paramenti e anche il colore che vengono adoperati per compiere tale ufficio. In alcuni luoghi esso si compiva  in camice e stola, altrove si aggiungeva il manipolo, in altre località ancora si costumava indossare il piviale o – se interveniva il vescovo – questi indossava in capo la mitria. Altrove ancora si praticava a piedi nudi e differenti ancora erano i brani liturgici eseguiti durante l’azione propriamente detta. Diversità si riscontra anche nell’uso degli aspergilli: chi ne usava di confezionati con rami di ginepro e chi, invece, si avvaleva dei ramoscelli di ulivo benedetti la domenica precedente ecc. Quasi sempre la lavanda propriamente detta avveniva con vino allungato con acqua ma esistono esempi ove una prima lavanda avveniva semplicemente con acqua, il vino veniva poi versato – effondendolo in forma di croce – ai punti laddove, durante il rito di consacrazione dell’altare, la mensa era stata segnata con l’unzione da parte del vescovo. Tale uso è attestato in area germanica, la chiesa di Aquileia – che molti usi ebbe a mutuare da tali ambiti geografici – usava poi disporre sulla mensa mondata dei ceri in forma di croce [13]. Qui ho ricordato l’uso aquileiense per motivi geografici e di affetto.

Ancora una volta l’anonimo autore di La cérémonie de l’ablution de l’autel papal (cit. p. 19), ci dà contezza che tra il XV e il XVII secolo le testimonianze del rito di abluzione degli altari sono frequentissime: dai diversi consuetudinarii, ai messali diocesani, quelli monastici, i libri processionali ecc. Ma proprio a partire dal XVI secolo si assiste a una disaffezione verso tale costume liturgico che porta, inevitabilmente, alla desuetudine e all’abbandono. A questo processo di declino non si vide risparmiata neanche la basilica vaticana laddove pare che il rito sia stato ristabilito appena nel 1635 [14]; a titolo di curiosità ricordo che l’uso della basilica era attestato nel XIII secolo il Venerdì santo, l’abluzione avveniva con una provvista di vino greco fornito dal vescovo di Porto. 

Quasi a voler frenare questo decadimento credo si possa leggere la volontà del cardinale Orsini – il futuro Benedetto XIII – quando, essendo vescovo di Benevento, volle vedere introdotto tale uso nella sua cattedrale. A questo inesorabile declino sopravvisse l’uso della basilica vaticana e l’uso di alcuni ordini religiosi fra i quali i carmelitani dell’antica osservanza e dei domenicani[15].

Una brevissima  conclusione.

Qui mi sono limitato – e spero almeno di essere parzialmente riuscito – a voler dare testimonianza di un uso liturgico romano: certo gli aspetti che meriterebbero una approfondita  analisi non sono certamente pochi. La messe documentale da consultare, come ho già notato, sarebbe davvero molto copiosa.  Raccoglierla e confrontarla in modo sistematico e serrato – unitamente anche all’analoga consuetudine della Chiesa greca, porterebbe a una auspicabile chiarezza. Certo questo non era negli scopi di questo mio semplice scritto che mi auguro servirà almeno alla preservazione della memoria ne pereat.

Tu autem in sancto habitas, laus Israel!

Francesco G. Tolloi
francesco.tolloi@gmail.com



[1] La Cérémonie de l’ablution de l’autel papal à Saint Pierre au Vatican, Rome, Desclée – Lefebvre, s.d. [1908], p. 26.
[2] «La Tribuna illustrata della Domenica», anno VI, n. 15,  10 aprile 1898.
[3] Per il testo cfr.: Breviarium romanum ad usum Cleri Basilicae Vaticanae, Romae, Typis Vaticanis, pars verna,1925, pp. 260 e ss.. Su questo breviario v. J. NABUCO, Ius Pontificalium, Parisiis – Tornaci – Romae, Desclée, 1956, pp. 232 e ss.. Il salterio romano era utilizzato anche nella ducale basilica di S. Marco a Venezia.
[4] Cfr.: F. CANCELLIERI, Descrizioni delle Funzioni della Settimana Santa nella Cappella Pontificia, Roma, Bourliè, 1818 4, p.101.
[5] Idem, p. 100.
[6] R. HOSPINIANUS, De Festis christianorum, Genevae, De Tournes, 1674, p. 121.
[7] C. DE VERT, Cérémonies de l’Eglise, Paris Delaulne, 1720, II, pp. 389 e ss..
[8] De eccles. Officiis, Lib. I, cap. 29, De Coena Domini, in P.L., t. LXXXIII, col. 764.
[9] Homilia VIII, de Coena Domini, in P.L., t. LXXXVIII, col 623.
[10] De institutione clericorum, cap. XXXVI, De Coena Domini, in P.L., t. CVII, col. 347.
[11] Se ne trovano diverse menzioni, ad es. E. MARTÈNE, De antiquis Ecclesiae Ritibus, Anteperviae, Bry, 1737, IV, pp. 277 e ss. (Lib. IV, cap. XXII).
[12] M. ANDRIEU, Les ordines Romani du Haut Moyen Age, Louvain, Spicilegium Sacrum Lovaniense, 1961, V, p. 189.
[13] G. VALE, Gli antichi usi liturgici della Chiesa d’Aquileia dalla Domenica delle Palme alla Domenica di Pasqua, Padova, Tipografia del Seminario, 1907, p. 29.
[14] La cérémonie de l’ablution..., cit., p. 24.
[15] Per una compiuta descrizione dell’uso domenicano: Ecclesiasticum Officium juxta ritum Sacri Ordinis Praedicatorum, Romae, Hospitio Reverendissimi Magistri Ordinis, 1927, pp. 82 e ss. Vedi anche Caeremoniale juxta Ritum S. Ordinis Praedicatorum (ed. V. Jandel), Mechliniae, Dessain, 1869, pp. 425 e ss.., A. KING, Liturgies of Religious Orders, Bonn, Nova et Vetera, pp. 356 e s.. Sui carmelitani, debitori sia degli usi domenicani che di quelli gerosolimitani del santo Sepolcro, Idem, p. 266 e ss..